Data pubblicazione
September 25, 2025
Autori
Simone Maccabruni
Flavia Marzioli
Federico De Pillis
Federica Iusco
Francesca Frongia
Valentina Fortuna
Debora Poli
AI, Product Management e startup: cosa resta umano quando la tecnologia diventa accessibile a tutti
AI, Product Management e startup: cosa resta umano quando la tecnologia diventa accessibile a tutti
Data di pubblicazione
September 25, 2025
Autori
Simone Maccabruni
Flavia Marzioli
Federico De Pillis
Federica Iusco
Francesca Frongia
Valentina Fortuna
Debora Poli
Fino a poco tempo fa, lanciare una startup significava trovare sviluppatori, raccogliere fondi e costruire un team prima ancora di avere un prodotto. Oggi, con l’AI generativa, una sola persona può trasformare un’idea in un prototipo funzionante nel giro di poche settimane. Ma cosa si guadagna, e cosa si rischia, quando la barriera tecnologica scompare? Ne abbiamo parlato con Silvana De Santis, product leader in aziende come Microsoft, Tripadvisor, The Fork e Kering, oggi founder di Yamas. In questa intervista ci racconta come l’AI stia riscrivendo le regole della creazione di prodotto, perché il fenomeno dei solo founder è destinato a crescere e perché, nonostante tutto, il vero vantaggio competitivo resta profondamente umano.
Com’è iniziato il tuo percorso e quali sono stati i momenti chiave che ti hanno portata fino a qui?
Lavoro nel mondo del prodotto da quasi vent’anni, sempre a contatto con l’intelligenza artificiale, molto prima che diventasse un tema così centrale. Ho iniziato in una startup che sviluppava agenti conversazionali e successivamente sono entrata in Nuance, poi acquisita da Microsoft, dove ho contribuito a progetti innovativi, tra cui le tecnologie vocali alla base della voce di Siri.
All’epoca il Product Management non era ancora una disciplina strutturata: sono partita come linguista AI e sono passata al project management, ma sentivo il bisogno di un ruolo che unisse tecnologia, utenti e strategia. Solo durante un’esperienza negli Stati Uniti ho scoperto che quel ruolo aveva un nome: Product Management.
Le esperienze internazionali, soprattutto in Francia, mi hanno poi portata a lavorare in aziende come Tripadvisor, The Fork e Kering. Con il tempo sono passata a ruoli di leadership, guidando team e organizzazioni con responsabilità su prodotto, tecnologia e marketing. L’ultimo passo è stato lasciare il mondo corporate per fondare la mia startup e mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato negli anni.
Parlaci dello sketch che ci hai portato: cosa ti ha portata a scegliere questo tema?
Ho deciso di portare questo tema perché lo sto vivendo in prima persona. Ho iniziato a lavorare alla mia startup qualche mese fa e l’ho fatto partendo da sola, cosa che fino a poco tempo fa sarebbe stata molto difficile.
Quando ho iniziato a confrontarmi con investitori e incubatori, il fatto di essere una solo founder era spesso visto come un limite: una sola persona non può fare tutto e il rischio è quello di ritrovarsi isolata o perdere energia nel tempo. Ed è vero: stare da soli è difficile, è isolante.
Detto questo, credo che l’AI renderà sempre più comune partire da soli. Non necessariamente per costruire un’azienda in solitaria nel lungo periodo, ma almeno per esplorare un’idea, validare un mercato e realizzare un primo prototipo in tempi molto più rapidi.
Per me è stato fondamentale: mi ha permesso di capire meglio cosa cambiare, di chi avessi bisogno, e di spiegare meglio alle persone cosa stavo costruendo, perché esisteva già qualcosa e non solo un'idea su una slide.
Come è cambiato il modo di creare una startup oggi?
È cambiato radicalmente. Prima, se non eri tecnico, il primo passo era trovare qualcuno che sviluppasse il prodotto: un co-founder, freelance o un team. Servivano tempo, soldi e molta capacità di convincere le persone.
Oggi non è più così, chiunque può aprire uno strumento come Lovable o Replit, costruire quello che vuole e metterlo in produzione senza saper scrivere una riga di codice né fare design.
Nel mio caso, la mia startup, Yamas, nasce per aiutare le persone a organizzare viaggi meno convenzionali e più personali di quelli che si trovano online o che potrebbe proporre un qualsiasi LLM (LLM è un modello di AI progettato per comprendere e generare testo in linguaggio naturale, rendendo possibili strumenti conversazionali come ChatGPT e Copilot ndr). All’inizio pensavo che fosse sufficiente costruire un layer sopra un modello esistente: la tecnologia non mi sembrava il vero problema. La sfida era piuttosto creare un’interazione efficace tra la persona e l’intelligenza artificiale.
Ho fatto un’analisi dei tool disponibili e ne ho scelto uno che mi permettesse di lavorare sia su front-end sia su back-end, con connessioni a un ecosistema tecnico come GitHub, senza essere troppo rivolto agli sviluppatori.
La rapidità con cui sono passata dall'idea a un prototipo funzionante è stata impressionante: non ci ho messo più di un mese e mezzo, sbagliando tantissimo e imparando facendo, ma mi sono resa conto che senza quasi nessuna competenza tecnica riuscivo a fare cose che prima erano appannaggio di interi team.
Fino a dove pensi possa arrivare la creazione di un prodotto tramite l'intelligenza artificiale? C'è un momento in cui bisogna necessariamente affidarsi a un team di sviluppatori?
Se parliamo di AI generativa, dal punto di vista tecnico possiamo arrivare molto lontano.
Il vero limite, però, non è la tecnologia: è umano. Vogliamo davvero continuare a fare tutto da soli? E soprattutto, lavorare da soli è il modo che porta ai risultati migliori? Se la domanda è questa, per me la risposta è no. Sia per ragioni umane, sia per uno dei rischi principali dell’utilizzo dell’AI: smettere di pensare in modo critico.
Io lavoro con l’AI da gran parte della mia carriera, quindi non mi considero una neofita. Eppure, dopo circa un mese e mezzo passato a lavorare quasi esclusivamente con strumenti di AI, mi sono resa conto che il mio approccio stava cambiando.
C’è stato un episodio molto chiaro: una risposta che ho percepito come particolarmente “sgarbata” mi ha colpita emotivamente, quasi come se fosse arrivata da una persona. In quel momento ho capito che stavo iniziando a considerare ciò che mi diceva l’AI come una fonte autorevole da accettare senza filtri, invece che come un supporto da mettere in discussione.
Mi sono fermata e ho preso consapevolezza di questo meccanismo. È stato fondamentale per ritrovare la giusta distanza e il mio spirito critico.
Lavorare da soli troppo a lungo porta isolamento e riduce il confronto. L’AI può sostituire alcune attività, ma non può sostituire il dialogo, la contraddizione e lo scambio di idee.
Se non mettiamo in discussione le risposte, se smettiamo di fare challenge, allora il problema non è più cosa fa l’AI ma come la usiamo.
C’è un momento in cui rischiamo di ribaltare i ruoli: non siamo più noi a usare uno strumento, ma diventiamo noi stessi lo strumento.
Per me il suo ruolo è chiaro: va usata per automatizzare task lunghi e a basso valore, così da concentrarsi su ciò che conta davvero.
Nel tuo sketch dici che oggi chiunque può costruire codice, design, prototipi etc. Pensi davvero che chiunque possa farlo?
Sì, lo penso davvero. Io ho fatto video con voci sintetiche AI, montato automaticamente video di presentazione, sto facendo un'applicazione mobile, un sito web, una landing page: la barriera tecnica non esiste più.
Anche quando sono passata a Codex, per fare cose più tecniche, mi ci è voluto un giorno per adattarmi. Certo, ho un background che aiuta, ma Lovable per esempio lo usano anche i miei nipoti adolescenti, perché è davvero linguaggio naturale.
Poi però fare prodotti che abbiano davvero successo è un altro paio di maniche, così come renderli scalabili per un milione di utenti connessi insieme. Ma costruire un prototipo, metterlo in produzione per un uso semplice, è davvero alla portata di tutti: basta avere voglia di farlo.
Nel tuo sketch dici che la barriera tecnologica è crollata. C'è stato un momento in cui te ne sei accorta consapevolmente?
Più che un momento preciso, direi che è stata una consapevolezza progressiva. Me ne sono resa conto davvero quando ho iniziato a usare questi strumenti per costruire prodotti in prima persona.
Già qualche anno fa, lavorando in una startup, mi ero trovata davanti a un sito web che richiedeva continuamente l’intervento di uno sviluppatore anche per modifiche molto semplici. Ho deciso di rifarlo con strumenti no-code e, nel giro di poche settimane, era online. È stato il primo segnale che qualcosa stava cambiando.
La vera sorpresa è arrivata quando ho lanciato la mia startup. Inizialmente pensavo di affidarmi ancora al no-code, poi ho iniziato a utilizzare l’AI e mi sono resa conto che stavo andando molto più veloce. Molte attività che nel no-code richiedevano comunque configurazioni e integrazioni manuali erano diventate improvvisamente più semplici. Per la prima volta ho avuto la sensazione che, nella costruzione di un prodotto, le barriere tecnologiche si fossero abbassate drasticamente.
Questo non significa che la tecnologia non conti più o che gli sviluppatori non servano. Quando entri in temi di architettura, scalabilità o ottimizzazione dei costi, le competenze specialistiche restano fondamentali. Quello che è cambiato è il punto di partenza: oggi è possibile trasformare un’idea in qualcosa di concreto in tempi impensabili fino a pochi anni fa.
E questo vale sia per una startup sia per un team aziendale: puoi creare rapidamente qualcosa che funziona davvero, testarla sul mercato o usarla per spiegare meglio una visione. Perché spesso la sfida non è avere un’idea, ma riuscire a farla capire agli altri.
E avere qualcosa di tangibile tra le mani cambia completamente la conversazione.
Se la parte tecnologica, il codice, il design diventano sempre più accessibili, qual è secondo te il vero vantaggio competitivo di un team prodotto o di una startup oggi?
Il vero vantaggio competitivo di una startup non è mai la tecnologia in sé, ma il problema che riesce a risolvere. Oggi molti strumenti sono diventati accessibili e, almeno in teoria, gran parte delle soluzioni può essere replicata. La domanda da porsi è sempre: vale la pena costruirla da zero o conviene affidarsi a chi la offre già, in modo efficiente e a costi contenuti, occupandosi anche della manutenzione?
Per questo credo che la differenza la facciano la capacità di individuare un problema rilevante, la velocità con cui si trova una soluzione efficace e la capacità di evolvere senza restare indietro. È anche il motivo per cui sono piuttosto scettica rispetto all’idea del “PM AI” come specializzazione separata: l’intelligenza artificiale non sarà una nicchia, ma una competenza fondamentale per qualsiasi Product Manager. Oggi il valore di un team prodotto sta soprattutto nella sua capacità di comprendere il cambiamento, sfruttare le nuove tecnologie e applicarle per creare valore reale per gli utenti.
È cambiato il tuo approccio al lavoro, o alla cultura di prodotto, passando dall'essere dipendente a essere founder?
In realtà no, perché ho sempre avuto un approccio molto pragmatico. C'è un livello di libertà diversa quando sei sola: decidi da sola, non devi lottare ogni giorno con il tuo capo o con gli stakeholder. Però è vero che quando sei dipendente e metti tutte le tue energie per far passare un'idea che non riesce a passare, alla fine ti dici "va bene, non è la mia startup" e lasci perdere. Quando invece è la tua, ci pensi due volte prima di mollare, perché se non lo fai tu non lo fa nessuno. Oggi faccio il lavoro di quattro persone, e mi ritrovo a lavorare alle due di notte: una cosa che non avrei mai fatto prima.
Chiudiamo sempre le interviste con la domanda della bacchetta magica: se potessi cambiare il ruolo dell'intelligenza artificiale nella creazione di un prodotto, cosa cambieresti?
Cercherei di introdurre qualcosa che, a un certo punto, ti faccia fermare a pensare: un modello che ti dica chiaramente "stai parlando con una macchina, non vuoi fermarti un attimo e riflettere con la tua testa?". Mi piacerebbe vedere più persone autorevoli che invitano a riflettere, dicendo che si tratta solo di una componente tecnica che forse tra dieci anni sarà banale come lo è aprire Google oggi.
Takeaway
- L’AI sta abbassando drasticamente la barriera all’ingresso
Oggi una singola persona può creare prototipi, siti web, applicazioni e MVP in tempi che fino a pochi anni fa richiedevano team interi. La difficoltà non è più costruire qualcosa, ma capire cosa valga la pena costruire.
- Il vero rischio non è tecnologico, ma umano
Utilizzare l’AI in modo intensivo può portare a delegare troppo il pensiero critico. Il confronto con altre persone, la capacità di mettere in discussione le risposte e il dialogo restano elementi essenziali per costruire prodotti migliori.
- Il vantaggio competitivo non è più la tecnologia
Quando strumenti e capacità tecniche diventano accessibili a tutti, la differenza la fanno la comprensione del problema, la velocità di apprendimento, la conoscenza degli utenti e la capacità di evolvere insieme al mercato. In altre parole, il Product Management conta più che mai.
- Gli sviluppatori non scompaiono, cambia il momento in cui servono
Architettura, scalabilità, performance e ottimizzazione dei costi restano temi altamente specialistici. L’AI riduce la soglia di accesso, ma non elimina il bisogno di competenze tecniche profonde.