Data pubblicazione
23 luglio 2026
Autori
Paolo Roveri
Viviana Vichi
Enrico Mottin
Serena Romeo
Topic
Energy & Utilities, Resources & InfrastructureLeak detection systems: la conformità normativa come driver di investimento tecnologico
Leak detection systems: la conformità normativa come driver di investimento tecnologico
Data di pubblicazione
23 luglio 2026
Autori
Paolo Roveri
Viviana Vichi
Enrico Mottin
Serena Romeo
Topic
Energy & Utilities, Resources & InfrastructureUn impianto che disperde metano racconta lo stesso problema di una condotta idrica che perde acqua: una risorsa che esce dal sistema prima di arrivare a destinazione, con un costo ambientale, economico e, sempre più spesso, un costo normativo. I leak detection systems (LDS) sono l'insieme di sensori, algoritmi e procedure operative che permettono di monitorare, rilevare, quantificare e localizzare queste perdite in tempo utile per intervenire riducendo gli impatti. Fino a pochi anni fa restavano una questione di efficienza operativa, con il Regolamento (UE) 2024/1787 sulla riduzione delle emissioni di metano nel settore energetico, la rilevazione delle perdite è diventata uno stringente obbligo di legge, con scadenze puntuali e sanzioni che possono arrivare al 20% del fatturato annuo per chi non si adegua.
Il fenomeno lungo la filiera
Nel settore gas il fenomeno cambia forma a seconda del segmento della filiera, e i dati resi pubblici dagli operatori italiani lo mostrano chiaramente. Alcuni operatori italiani dell'ambito Upstream hanno dichiarato 39,1 kt di emissioni dirette di metano Scope 11 nel 2023, in gran parte legate a flaring e venting routinari. Grandi Transmission System Operator hanno riportato 17.037 tonnellate di emissioni da asset operati nel 2022, concentrate soprattutto sul trasporto. Analogamente, i Distribution System Operator hanno registrato un gas leakage rate dello 0,051% nel 2024 sulla distribuzione, a fronte di un 154% di rete ispezionata per ricerca fughe. Tre segmenti, tre logiche: l'Upstream concentra l'attenzione normativa perché genera i volumi più rilevanti, il trasporto presenta eventi meno numerosi ma singolarmente più critici, la distribuzione accumula più eventi, ma di intensità minore, su una rete molto più capillare.
Cosa cambia con il Regolamento (UE) 2024/1787
Il regolamento si articola in quattro ambiti. Il primo riguarda misurazione, rendicontazione e verifica delle emissioni (MMRV). Il secondo, la rilevazione e riparazione delle perdite (LDAR). Il terzo, la mitigazione: il venting di routine è vietato e il flaring è ammesso solo in condizioni di sicurezza o guasto, con un'efficienza di distruzione richiesta del 99%. Il quarto, non meno rilevante, è il principio di global accountability: agli operatori europei è richiesto di estendere gli standard della normativa anche ai contratti con i paesi terzi, imponendo ai fornitori esteri requisiti di monitoraggio equivalenti a quelli europei fin dai siti di estrazione.
Il calendario applicativo è già avviato. Dal 5 febbraio 2026 i gestori hanno depositato le prime relazioni sulla quantificazione delle emissioni a livello di fonte per gli asset gestiti. Dal 5 maggio le autorità competenti avrebbero dovuto chiudere il primo ciclo di ispezioni di routine ma non tutte le autorità comunitarie hanno già concluso questa fase. Il 20 luglio la Commissione è intervenuta con una raccomandazione alle autorità nazionali per sospendere le sanzioni fino al 2029: una decisione maturata sotto la pressione di attori internazionali e dei gruppi industriali oil & gas europei, con l'obiettivo di concedere al settore maggiore flessibilità nell'assorbire il peso dei nuovi adempimenti e di non gravare sulle catene di approvvigionamento in uno scenario geopolitico complesso.
I numeri dietro la norma aiutano a capire perché l'Unione ha avviato questa politica pervasiva per il settore. Nel Global Methane Tracker 2026 l'Agenzia Internazionale dell'Energia colloca il metano al secondo posto tra i responsabili del riscaldamento globale, e attribuisce al comparto energetico circa un terzo delle emissioni mondiali. Sempre secondo l'Agenzia, ogni anno più di 200 miliardi di metri cubi di gas destinabili ai mercati si perdono in flaring, venting e dispersioni: abbastanza da coprire due terzi del fabbisogno annuo europeo. Qui la rilevazione delle perdite smette di essere un adempimento e diventa una questione di sicurezza degli approvvigionamenti, tanto più in un anno in cui le tensioni sulle rotte del gas hanno reso più fragili le forniture.
Gli storici indicatori ARERA (ispezioni rete e localizzazione dispersioni) vengono oggi integrati e potenziati dai nuovi pilastri della legislazione UE:
- Dalla localizzazione alla quantificazione (MMRV – Measuring, Monitoring, Reporting and Verification): non basta più individuare la perdita e intervenire per ragioni di sicurezza; è ora obbligatorio quantificare le emissioni a livello di fonte e di sito, riconciliando le misurazioni per garantire dati accurati.
- LDAR (Leak Detection and Repair) sistematico e tecnico: le ispezioni evolvono in programmi strutturati di rilevamento e riparazione di Scope 1, Scope 2 e Scope 3, con frequenze minime stabilite per legge e soglie di riparazione estremamente sensibili (fino a 500 ppm).
- Obbligo di verifica indipendente: ciò che ARERA monitorava per garantire l'efficienza di rete diventa un obbligo di reporting europeo, validato da verificatori terzi accreditati.
- Integrazione nella strategia energetica: la riduzione delle perdite si trasforma da pura gestione operativa in un pilastro della diplomazia climatica dell'Unione, con impatto diretto su contratti e catene di approvvigionamento internazionali.
Le tecnologie in campo
Le tecnologie disponibili si raggruppano in cinque famiglie, ciascuna con un proprio profilo di copertura, costo e maturità.
I metodi tradizionali, quali: ispezione visiva, sniffer portatili, camere a imaging ottico dei gas (OGI) costituiscono il presidio di base. Sono affidabili sul singolo componente e a costo relativamente contenuto, mamostrano limiti significativi in termini di scalabilità. La copertura di aree estese richiede risorse e tempi significativi mentre la periodicità delle ispezioni riduce la capacità di garantire un monitoraggio continuo ed efficace.
Il telerilevamento ottico e satellitare interviene per ovviare potenziali problemi legati alla scalabilità. Droni, LiDAR aviotrasportato e costellazioni iperspettrali satellitari riducono i tempi di ispezione rispetto ai controlli a terra, coprendo tratte che sarebbero impraticabili a piedi. Tuttavia, anche questi strumenti restano soggetti a vincoli fisici: relativi specialmente all'autonomia limitata dei droni sulle lunghe distanze e la copertura nuvolosa che degrada la lettura satellitare.
I metodi idraulici e SCADA-based: bilancio di massa e modelli di transitorio in tempo reale (RTTM) spostano la logica dall'ispezione periodica al monitoraggio continuo. Sfruttano la strumentazione già installata sulle condotte principali per rilevare anomalie di portata e pressione in modo permanente, senza intervento umano sul campo.
La sensoristica distribuita a fibra ottica porta il monitoraggio continuo a un livello ulteriore: il cavo stesso diventa un sensore esteso per chilometri, senza punti ciechi lungo il tracciato. Il contraltare è l’elevatocosto di investimento, che ne rende l'adozione sostenibile quasi solo su asset critici o in fase di nuova costruzione, dove la posa della fibra si integra nell'opera.
Le tecnologie basate su intelligenza artificiale, machine learning e digital twin rappresentano il livello più avanzato di questa evoluzione; non sostituiscono le tecnologie precedenti ma ne integrano e valorizzano i dati. Correlano dati di natura eterogenea provenienti da sensori, telerilevamento, storico operativo per anticipare le anomalie, invece di limitarsi a segnalarle, spostando il monitoraggio da reattivo a predittivo. La loro efficacia dipende però interamente dalla quantità e qualità dei dati storici disponibili per l'addestramento dei modelli.
Le tecnologie disponibili sono in grado di coprire l’intera filiera, dall’Upstream alle reti di distribuzione urbana: il nodo critico si sposta sulla capacità delle organizzazioni di integrare le attività di rilevamento, misurazione, mitigazione e reporting in un unico processo iterativo e ripetuto in maniera conforme ai requisiti normativi, sempre più rigorosi.