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Preparsari alla politica di coesione 2028-2034: scelte strategiche e implicazioni operative

Data di pubblicazione

17 luglio 2026

Autori

Cristina Tesone

Francesco Gioè

Topic

Governmente & Public Services

Una nuova stagione per la politica di gestione

L’ecosistema italiano della politica di coesione — ministeri, Regioni, enti locali, parti sociali, istituzioni finanziarie — non si era mai trovato, prima d’ora, a governare tre processi nello stesso momento: la fase avanzata che porterà alla chiusura della programmazione 2021–2027, la conclusione di un Piano tanto rilevante quanto complesso come il PNRR e la progettazione di un’architettura interamente nuova per il settennio 2028–2034.


A questa sovrapposizione si somma la portata del nuovo Regolamento, che il Consiglio ha adottato in orientamento generale parziale il 16 giugno 2026 e che è ora al centro del trilogo con il Parlamento europeo. Il testo resta aperto — numerose disposizioni sono ancora da definire — ma la direzione è netta. Un fondo unico raccoglie sotto lo stesso ombrello risorse finora incanalate su binari separati: coesione, politica agricola comune, pesca e affari marittimi, sicurezza e difesa, affari interni. L’impianto passa da circa 540 programmi europei a 27 Piani nazionali, più un Piano Interreg. Le regole tra fondi fino a questo momento diverse si armonizzano. E, soprattutto, il criterio di programmazione e rendicontazione cambia natura: non più il rimborso delle spese certificate, ma il conseguimento di traguardi e obiettivi concordati.


Sono cambiamenti che si possono definire dirompenti e, in quanto tali, aprono opportunità tanto quanto chiudono automatismi consolidati. È da questa consapevolezza che ha preso le mosse il sesto appuntamento del BIP Circle, il ciclo di incontri tematici con cui BIP promuove uno spazio di dialogo tra il mondo privato e le istituzioni pubbliche, e che culminerà il 30 settembre all’Ara Pacis nell’evento conclusivo dedicato alle amministrazioni pubbliche tra sovranità europea e intelligenza artificiale.


La composizione della platea non è stata casuale: attorno allo stesso tavolo si sono seduti soggetti che operano su livelli di governance diversi — nazionale, regionale, locale — insieme a rappresentanti delle istituzioni finanziarie e del mondo produttivo. Una pluralità di prospettive che, nel passaggio da una programmazione all'altra, non è un elemento accessorio, ma il presupposto di ogni scelta efficace: le risposte migliori nascono dall'integrazione delle competenze, non dalla loro separazione.


E perché confrontarsi proprio adesso? Perché i prossimi mesi sono decisivi. Con il trilogo formalmente avviato, le amministrazioni sono attese a contribuire ai capitoli del Piano prima della fase finale del negoziato finanziario: quel che si deciderà — o non si deciderà — da qui a fine anno disegnerà il perimetro operativo dei sette anni successivi. Dopo l’aggiornamento sullo stato del negoziato affidato a Domenico Rositano - economista ed esperto fondi UE, assistente parlamentare- la serata si è articolata attorno a due aspetti del nuovo Regolamento: la governance del nuovo ciclo programmatico 2028-2034; il passaggio dalla logica della spesa a quella del risultato. La serata si è conclusa riportando l'attenzione alle sfide del presente: al centro dell'ultimo intervento, il ruolo che l'intelligenza artificiale sta assumendo nella pubblica amministrazione, con focus su Etica e principi di adozione.

Il nodo della governance: regia nazionale e territori

Il primo tema di confronto del laboratorio di esperienze porta con sé una novità di sistema. Ogni Stato presenterà un unico Piano nazionale, concepito come un pacchetto coerente di riforme, misure e investimenti, organizzato in capitoli — nazionali, settoriali e, ove rilevante, regionali e territoriali. È qui che si gioca la partita più delicata.


I capitoli regionali restano infatti una facoltà dello Stato membro, non un obbligo del Regolamento. Dove attivati, le autorità responsabili potranno negoziare e interagire direttamente con la Commissione — la differenza più marcata rispetto all’impianto del PNRR.


La governance si articola su due livelli. Le Autorità di Gestione restano responsabili dell’attuazione dei capitoli di competenza e del conseguimento dei relativi traguardi: selezionano le operazioni, verificano il raggiungimento di milestone, target e output — non i costi sottostanti — e assicurano il pagamento al beneficiario entro ottanta giorni. Accanto a esse prende forma una funzione di coordinamento, novità non secondaria rispetto al ciclo attuale: presenta il Piano e i suoi emendamenti, vigila sulla coerenza tra capitoli, inoltra le domande di pagamento alla Commissione, coordina il pacchetto annuale di garanzia e gestisce i flussi finanziari verso le Autorità di Gestione. Il testo consente di ripartire questi compiti tra più autorità — soluzione sostenuta in sede negoziale dall’Italia — ma non indica secondo quale criterio la ripartizione debba avvenire.


Su questo impianto convivono letture opposte. La prima osserva che il ruolo delle Regioni potrebbe risultare meno marginale del previsto: da titolari di un capitolo, negozierebbero direttamente con la Commissione, e il loro peso dipenderebbe dalla capacità contrattuale costruita nel processo più che da una garanzia scritta nel Regolamento. La seconda richiama l’esperienza del PNRR — dove le Regioni hanno avuto prevalentemente il ruolo di soggetto attuatore — in un quadro in cui sicurezza, difesa e competitività tendono a spostare risorse verso il centro. A entrambe si aggiunge un rilievo operativo: ogni livello di coordinamento che si somma incide sui tempi di conseguimento dei target.


Le indicazioni raccolte tra le amministrazioni restituiscono un quadro coerente con questa tensione. Chiamate a individuare l’equilibrio da darsi nella costruzione del Piano, la maggioranza (55%) indica come preferibile un modello a responsabilità condivisa tra centro e Regioni, mentre poco più di un terzo (36%) ritiene che il punto di equilibrio dipenda dalla specifica area di policy. Ma è sul rischio che il segnale è più netto: per l’82% dei rispondenti il pericolo maggiore è una standardizzazione degli interventi che riduca la capacità di risposta alle esigenze dei territori. Sul fronte delle opportunità, infine, prevalgono a pari merito (45%) l’integrazione tra politiche e fondi e l’orientamento a risultati misurabili.

Dalla spesa certificata al risultato conseguito

Il secondo nodo tocca il criterio stesso con cui si finanzia e si gestisce la politica di coesione. Il finanziamento verifica il conseguimento di milestone, target e output definiti nel Piano — da mantenere per almeno quattro anni — non i costi sostenuti. Traguardi e obiettivi sono proposti dallo Stato membro e diventano vincolanti al termine di un doppio passaggio: la decisione di esecuzione del Consiglio sul Piano e la successiva decisione di finanziamento della Commissione, che ne fissa i valori. Resta aperto quanto le Autorità di Gestione saranno coinvolte nella definizione operativa di quei valori.


Il riferimento esplicito è il PNRR. Ed è proprio da chi lo ha gestito da vicino che arriva l’osservazione più netta: il modello ipotizzato nel 2020 non è quello effettivamente praticato. Dopo sette revisioni, il concetto di performance si è attenuato e una quota rilevante dei target si è convertita in target di spesa, più agevoli da misurare. Da qui due indicazioni: tenere i controlli di spesa fuori dal perimetro della rendicontazione di performance, affidandoli alle vie ordinarie; e anticipare la standardizzazione delle procedure, che nel PNRR è arrivata tardi, frenata dalla specificità che ciascuna amministrazione riconosce ai propri strumenti.


Su come definire traguardi e obiettivi le risposte convergono con chiarezza. L’82% dei rispondenti chiede valori differenziati per caratteristiche dei territori e complessità degli interventi, e il 73% la co-progettazione con le amministrazioni attuatrici; nessuno indica una definizione centralizzata secondo una logica unitaria. Coerentemente, la competenza da rafforzare con maggiore priorità è quella di risk & project management (73%), seguita dalla capacità di collaborazione tra livelli di governance (64%).


Un modello che agisce sul risultato ha però bisogno di dati tempestivi e affidabili, perché è sul dato che si fondano l’erogazione, il controllo e, in ultima istanza, la responsabilità di chi attesta. Non a caso, interrogate sulle innovazioni utili al sistema di monitoraggio unico, le amministrazioni indicano soprattutto la piena interoperabilità tra i sistemi (64%) e l’aggiornamento costante dei dati connesso all’erogazione del finanziamento (45%). È, in sostanza, una richiesta di infrastruttura informativa.

IA e Res Publica: quando l'algoritmo entra nella cosa pubblica

La serata si è conclusa riportando l'attenzione dal 2028 alle sfide del presente. L’intelligenza artificiale entrerà nella programmazione 2028–2034 su scala ben più ampia di oggi — nei sistemi di monitoraggio, nella selezione e istruttoria delle operazioni, nei controlli — e le amministrazioni lo danno ormai per acquisito.


È qui che la questione dell’etica diventa dirimente. Non si tratta di adottare un codice di buone intenzioni né di apporre un bollino a un prodotto, ma dello studio sistematico di come progettare, usare e governare questi sistemi perché rispettino diritti, valori e dignità delle persone: un campo applicativo, che impiega strumenti già consolidati altrove come le analisi di impatto e di rischio. Va allora trattata come un’infrastruttura, non come uno strumento neutro: poggia su elementi materiali — data center, reti, energia, capacità di calcolo — è abilitante e trasversale e, come ogni infrastruttura, tende a diventare invisibile e data per scontata.


La non neutralità, in questa lettura, non è un difetto correggibile ma una proprietà strutturale: le soluzioni discendono da come viene formulato il problema, si basano su dati che riflettono disuguaglianze preesistenti, producono effetti distributivi in ragione delle scelte di progettazione. Non esiste un’intelligenza artificiale neutra; esiste un’intelligenza artificiale le cui scelte di valore sono esplicite e assunte da chi se ne fa carico, oppure un’intelligenza artificiale opaca.


Il quadro normativo, del resto, è già vincolante. AI Act e legge 132/2025 introducono il principio di non sostituzione — decisione e responsabilità restano in capo a una persona — e impongono, per i sistemi ad alto rischio, una valutazione d’impatto sui diritti fondamentali prima dell’uso. Le nuove Linee Guida AgID su sviluppo e procurement estenderanno il perimetro prescrittivo dall’uso all’intero ciclo di vita. Restano questioni difficili da normare: che cosa un sistema stia effettivamente automatizzando, chi ne tragga vantaggio, fino a che punto un’amministrazione sia disposta a fondare una decisione su una classificazione algoritmica.


Anche su questo la survey è netta. Per il 73% dei rispondenti la condizione che più di ogni altra renderebbe l’IA effettivamente adottabile è proprio il principio di non sostituzione; tra i punti di attenzione, la responsabilità di chi decide con il supporto dell’IA è il nodo prioritario (64%), seguito dall’integrazione nei processi quotidiani (55%).

La sfida è governare insieme

Dal confronto emerso nell’ambito del laboratorio di esperienze e dalla survey che ha visto coinvolti tutti i soggetti invitati emerge, più che una singola opzione tecnica, un’indicazione di metodo: il giusto equilibrio tra livelli istituzionali. La gestione del Piano è una responsabilità complessa, che non può essere sostenuta in modo isolato o esclusivo — né dal centro, né dai territori. La qualità della transizione dipenderà dalla capacità di costruire ponti solidi tra il livello europeo, quello nazionale e quello territoriale. Ma anche tra le istituzioni pubbliche e il mondo privato.


È su questo terreno che si fonda l’idea di partnership pubblico-privato al centro del BIP Circle: non un rapporto di fornitura, ma un percorso condiviso, fondato sulla complementarità delle competenze e sulla fiducia reciproca. I prossimi mesi diranno quanto di questa impostazione entrerà nel Piano italiano.

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Cristina Tesone

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