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Quando ridurre le emissioni non basta: il ruolo del CCUS nei settori hard-to-abate

Data di pubblicazione

13 luglio 2026

Autori

Michaela Verpilio

Marcello Grecchi

Francesco Catena

Topic

Energy & Utilities, Resources & Infrastructure

La decarbonizzazione ha smesso di essere soltanto un obiettivo climatico. È diventata una variabile competitiva, una componente del rischio geopolitico, una condizione per mantenere l'accesso ai mercati europei. Chi ancora la percepisce come un onere normativo da gestire, da rimandare, da ridurre al minimo, sta misurando il problema con strumenti sbagliati. Il contesto italiano è rivelatore. Con un sistema industriale ad alta intensità energetica e una struttura delle emissioni distribuita tra trasporti (34.6%), industria energetica (24.1%) e manifattura (15.9%), il Paese non può affidarsi a un'unica tecnologia. Servono strumenti diversi per problemi diversi, e tra questi uno occupa oggi una posizione che non si può più aggirare: il CCUS, cattura, utilizzo e stoccaggio della CO₂.

Dove le alternative non esistono

Nei settori hard-to-abate, tra cui cemento, acciaio, chimica, raffinazione, una quota significativa delle emissioni non dipende dai combustibili impiegati: dipende dalle reazioni chimiche che costituiscono il processo produttivo stesso. Nella produzione di cemento, oltre il 50% della CO₂ deriva dalla reazione di calcinazione, un processo intrinseco che nessun guadagno di efficienza energetica può eliminare. Nell'acciaio a ciclo integrato, la riduzione del minerale ferroso genera emissioni che non scompaiono cambiando la fonte di energia. 


Il CCUS, qui, non è un'opzione tra tante: è l'unica leva tecnologicamente praticabile nel breve-medio termine. Intercetta le emissioni alla fonte e le avvia verso stoccaggio permanente in formazioni geologiche profonde, tra giacimenti esauriti e acquiferi salini, oppure le indirizza verso utilizzi industriali come e-fuels o intermedi chimici. Una filiera in tre fasi (cattura, trasporto, stoccaggio/utilizzo) che tratta la CO₂ non come scarto ma come flusso da gestire in ottica industriale. Le capacità annunciate entro il 2030 raggiungono 40 MtCO₂/anno nel solo cemento, 145 MtCO₂/anno nella generazione di energia e calore: un mercato che ha già superato la fase della sperimentazione. 

La geopolitica ha spostato le priorità

L'instabilità in Medio Oriente, con attacchi diretti a terminal petroliferi, impianti di raffinazione e snodi logistici, ha reso visibile una vulnerabilità che era già strutturale. La contrazione di circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas non è stata un episodio isolato: si è tradotta in margini compressi e in una pianificazione degli investimenti resa molto più difficile. 


Per le industrie hard-to-abate, l'esposizione è diretta. Il CCUS, in questo quadro, offre qualcosa che va oltre la riduzione delle emissioni: rende gli impianti meno sensibili ai picchi dei mercati energetici globali. I 700 progetti CCUS in sviluppo nel 2025, cresciuti del 17% in un anno, lo confermano: buona parte di questa accelerazione è guidata dalla necessità di garantire continuità produttiva, prima ancora che dalla regolazione climatica. 

ETS e CBAM: la CO₂ diventa un costo strategico

Dal 1° gennaio 2026, l'entrata a regime del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) ridisegna i termini del confronto competitivo. I produttori extra-europei di acciaio, cemento, fertilizzanti e alluminio perdono il vantaggio ricavato fino ad oggi dall'assenza di carbon pricing domestico. Nel frattempo, la progressiva eliminazione delle quote gratuite ETS obbliga gli operatori europei a coprire una quota crescente delle proprie emissioni acquistando EUA sul mercato. Le proiezioni dell’Osservatorio BIP CCUS indicano che il costo complessivo legato all'ETS per il sistema industriale italiano potrebbe triplicare entro il 2034. 


Chi non investe in CCUS si ritrova esposto a un costo CO₂ crescente, permanente e difficile da assorbire nei piani industriali. Chi investe trasforma quella stessa voce in un costo prevedibile, gestibile attraverso contratti di lungo periodo. Il CCUS cessa di essere una tecnologia climatica e diventa uno strumento di pianificazione finanziaria. 


Le analisi condotte dall’Osservatorio BIP CCUS sui quattro comparti prioritari — cemento, carta, raffinazione, siderurgia — indicano che la CCUS è già la soluzione più vicina al break-even rispetto alle alternative low-carbon disponibili in alcuni settori.  Le soglie di competitività variano tra 116 e 217 €/t di CO₂ a seconda del settore, con il livello di 116 €/t già in linea con le attuali proiezioni ETS entro il 2035.. Con il gas strutturalmente più caro, il vantaggio relativo si accentua: chi decarbonizza con la cattura riduce anche l'esposizione alla volatilità dei combustibili fossili. 

Il valore del posizionamento anticipato

Il punto, oggi, non è decidere se il CCUS sarà rilevante. È capire quando, dove e a quali condizioni diventerà conveniente. Per questo la priorità per le imprese industriali è monitorare l’evoluzione del mercato, contesto regolatorio, tecnologico e infrastrutturale, valutando settore per settore il proprio punto di esposizione e le soglie di competitività della cattura. Il break-even non è una variabile astratta: quando verrà superato, chi avrà già costruito una lettura solida del proprio business case potrà muoversi prima, negoziare meglio e accedere con maggiore forza alle opportunità disponibili. 


L’Osservatorio BIP CCUS nasce proprio con questo obiettivo: leggere l’evoluzione del mercato industry by industry, individuare le finestre di convenienza e supportare le imprese nel passaggio dalla valutazione tecnologica alla pianificazione industriale. Perché il CCUS non premia chi arriva quando tutto è già maturo: premia chi si posiziona in anticipo. L’accesso alle infrastrutture in sviluppo, ai fondi europei e ai progetti transfrontalieri che stanno ridisegnando la logistica della CO₂ a livello continentale richiede preparazione, analisi e tempestività. Oggi è il momento di prestare attenzione. Domani potrebbe essere già il momento di decidere. 

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