Data pubblicazione
15 maggio 2026
Autori
Roberto Muscinelli
Daniele Mennuti
Federica Mezzani
Topic
SpaceL'ultimo miglio dei dati spaziali: condizioni e prerequisiti per l'adozione istituzionale
L'ultimo miglio dei dati spaziali: condizioni e prerequisiti per l'adozione istituzionale
Data di pubblicazione
15 maggio 2026
Autori
Roberto Muscinelli
Daniele Mennuti
Federica Mezzani
Topic
SpaceNel 2024, il Copernicus Data Space Ecosystem ha reso disponibili agli utenti oltre 200 petabyte di dati di osservazione della Terra. Più di 100 milioni di prodotti Sentinel sono online, con picchi di due miliardi di query mensili. L'infrastruttura esiste, scala e funziona. Eppure gran parte di questi dati rischia di non produrre i risultati attesi: viene scaricata, archiviata o ignorata da chi non ha competenze, processi o strutture organizzative per tradurla in decisione. Le pubbliche amministrazioni, centrali e locali, potrebbero essere tra i principali beneficiari dell'osservazione della Terra ma pratica, sono tra gli utenti più marginali del settore downstream. Ne emerge un paradosso: non c’è carenza di dati, c’è una difficoltà diffusa nell’utilizzo di questi ultimi per produrre una informazione a valore aggiunto inserita nell’ecosistema della pubblica amministrazione, ed in alcuni casi, una “riluttanza” all’utilizzo.
Interoperabilità tecnica e utilizzo effettivo: un disallineamento strutturale
La Direttiva INSPIRE (2007/2/CE) ha avviato, quasi vent'anni fa, la costruzione di un'infrastruttura condivisa per i dati spaziali tra enti pubblici europei. L'obiettivo era un sistema interoperabile su 34 temi, dai dati catastali alle reti di trasporto, dalla qualità dell'aria alla copertura del suolo, accessibile a chiunque ne avesse bisogno all'interno delle istituzioni.
Il bilancio è ambivalente. Gli standard tecnici esistono, i portali di accesso sono stati costruiti, i metadati vengono prodotti. La Commissione Europea stessa, nella proposta di revisione del dicembre 2025 (COM/2025/985), ammette che la disponibilità tecnica del dato è la parte più semplice del problema. La parte irrisolta riguarda l'uso effettivo: integrare i dati nei processi decisionali, costruire una domanda istituzionale consapevole, valorizzarli come risorsa e non come adempimento.
La proposta di revisione punta ad allineare INSPIRE al quadro normativo orizzontale europeo: Open Data Directive, Data Governance Act, Implementing Regulation sugli High-Value Datasets, che dal 2023 obbligano le PA a pubblicare in formato aperto e via API una serie di dataset geospaziali ad alto valore. Il rischio concreto però è già leggibile: adempimento formale che sostituisce adozione sostanziale. Dati pubblicati che nessuno interroga, API abilitate ma non integrate in nessun flusso operativo.
Il framework di adozione: da availability ad adoption
Un framework elaborato dall'Asian Development Bank nel 2024 sull'uso dei dati EO in contesti istituzionali classifica le barriere all'adozione in cinque categorie: disponibilità del dato, accessibilità tecnica, consapevolezza del valore, disponibilità ad adottarlo, integrazione effettiva nei processi. Le prime due, almeno a livello di infrastruttura, sono in gran parte risolte nel contesto europeo. CDSE è gratuito, costruito su standard aperti come STAC e openEO. I servizi tematici Copernicus producono output già elaborati su domini specifici: land, marine, climate change.
Il problema si concentra sulle ultime tre categorie. La consapevolezza è disomogenea: molti funzionari non sanno cosa i dati satellitari possono fare per il loro specifico mandato. Il punto critico non è tra chi conosce Copernicus e chi no, ma tra chi sa che esiste e chi capisce cosa farsene. La fiducia nel dato è un altro elemento: in assenza di competenze interne per validarlo, non si consolida. E l'integrazione operativa richiede processi che nella maggior parte degli enti pubblici semplicemente non ci sono.
Tassi di adozione e gap di capacità nelle autorità locali: evidenze italiane ed europee
Uno studio pubblicato a fine 2024 sulla rivista Sustainability analizza le autorità locali e regionali italiane. Su 109 soggetti intervistati, il tasso di adozione dei dati EO si attesta attorno al 58%. Il numero sembra incoraggiante, ma nasconde differenze geografiche e dimensionali nette: i tassi più alti si trovano nel Nord-Est e nel Centro Italia, e tra le regioni rispetto ai comuni. Le realtà con maggiore maturità digitale e personale tecnico dedicato adottano i dati spaziali. Le altre restano indietro, con un divario che riflette le disparità di capacità amministrativa già note.
La fotografia europea, rilevata da uno studio su Urban Sciences del novembre 2025 focalizzato sulle autorità locali di diversi paesi UE, aggiunge un dato che vale la pena sottolineare: Copernicus risulta la fonte primaria di dati EO per la grande maggioranza degli enti che li usano, ma l'utilizzo è concentrato quasi esclusivamente su monitoraggio e pianificazione. Nessun ente intervistato dichiara di usare i dati per la previsione o per la normazione. Il dato informa, ma non trasforma i processi che lo ricevono.
Questo non è un problema tecnologico. È un problema di cultura organizzativa, e di come gli enti costruiscono la propria domanda verso i fornitori di servizi downstream. L'INSPIRE Conference del 2023, che ha riunito oltre 280 rappresentanti di istituzioni pubbliche, imprese e ricerca, ha messo a fuoco questo nodo con precisione: costruire l'infrastruttura tecnica è la parte risolvibile. La parte irrisolta riguarda la capacità degli enti di interpretare il dato e sviluppare una relazione efficace con chi lo trasforma in informazione azionabile. Questa capacità va sotto il nome di space literacy: non competenza tecnica specialistica, ma comprensione funzionale di cosa i dati spaziali possono fare per un obiettivo di policy preciso.
Dall'accesso all'uso: le condizioni istituzionali per chiudere il ciclo
La domanda giusta non è come rendere i dati spaziali più accessibili. È come costruire amministrazioni in grado di usarli. Tre nodi restano aperti.
Il primo riguarda la governance interna del dato. Chi, nell'ente, è responsabile dell'integrazione delle fonti geospaziali nei processi decisionali? In assenza di una risposta chiara, il dato esiste ma non circola.
Il secondo riguarda il procurement. Le PA acquistano ancora soluzioni IT secondo logiche che rendono difficile l'ingresso di fornitori di servizi downstream. Chi traduce dati satellitari in informazione azionabile opera in un mercato frammentato, con poca standardizzazione e procedure di acquisto pubblico mal calibrate su questo tipo di offerta.
Il terzo riguarda la formazione interpretativa. Un funzionario che gestisce il piano di adattamento climatico di un comune non deve saper processare immagini satellitari. Deve sapere che esistono servizi che lo fanno, cosa producono e come integrare quell'output nel lavoro quotidiano.
Finché il dibattito sull'adozione dei dati spaziali nella PA continua a concentrarsi sull'infrastruttura di accesso, il ciclo non si chiude. La maturità di utilizzo si misura sulla capacità di trasformare il dato in decisione, non sul numero di petabyte scaricati.