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Dopo il PNRR, dentro le sfide dell'AI: la transizione delicata della sanità italiana

Data di pubblicazione

24 giugno 2026

Autori

Mirko Zerboni

Gianluca Colavolpe

Davide Zacchetti

Topic

Government & Public Services
Life Sciences

La stagione del PNRR ha rappresentato per la sanità italiana una spinta straordinaria. Ha accelerato la digitalizzazione dei servizi, dalla diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico alle Infrastrutture Regionali di Telemedicina; ha rafforzato la sanità territoriale, attraverso COT, Case e Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare e nuovi modelli di prossimità; ha promosso l’integrazione dei dati clinici e l’interoperabilità tra sistemi; ha sostenuto l’ammodernamento tecnologico delle strutture e la crescita delle competenze digitali del personale sanitario. È stata, in molti casi, una fase di costruzione intensa: infrastrutture da realizzare, piattaforme da attivare, servizi da avviare, obiettivi da rendicontare. Ma proprio mentre il PNRR si avvicina alla sua fase conclusiva, il tema centrale cambia. Non basta più chiedersi quanto sia stato realizzato. La domanda diventa: quanto di ciò che è stato costruito sta realmente entrando nella vita delle persone, nel lavoro dei professionisti e nei processi ordinari delle organizzazioni sanitarie? È da questa domanda che ha preso forma il confronto del Circle Sanità, dedicato al passaggio dal finanziamento alla trasformazione: un incontro tra direttori, manager e referenti dell’innovazione in ambito sanitario per discutere come consolidare la spinta del PNRR e orientarla verso il futuro, in un contesto in cui le risorse straordinarie diminuiranno e le tecnologie, a partire dall’Intelligenza Artificiale, richiederanno nuove capacità di governo.

Dal completamento degli interventi alla generazione di valore

Il PNRR ha prodotto una forte accelerazione. La Missione 6 ha destinato 15,63 miliardi di euro al sistema sanitario italiano: 7 miliardi per reti di prossimità, strutture e telemedicina; 8,63 miliardi per innovazione, ricerca e digitalizzazione del SSN. A questi investimenti si è affiancata una crescita più ampia della sanità digitale, che nel 2025 ha raggiunto 2,7 miliardi di euro, in aumento rispetto all’anno precedente. 


Tuttavia, la crescita degli investimenti non si traduce automaticamente in adozione. È questo uno dei punti più forti emersi nel confronto: il post-PNRR non potrà essere misurato solo attraverso indicatori di realizzazione, come piattaforme disponibili, infrastrutture attivate o obiettivi di implementazione raggiunti. Dovrà essere misurato attraverso indicatori di impatto: cittadini effettivamente presi in carico, utilizzo da parte dei cittadini del Fascicolo Sanitario Elettronico, adesione ai servizi di telemedicina, riduzione degli accessi impropri al Pronto Soccorso, miglioramento degli esiti clinici, soddisfazione di pazienti e caregiver. 


Il Fascicolo Sanitario Elettronico rappresenta bene questa tensione. Da un lato, è uno degli investimenti più strategici della sanità digitale: abilita la condivisione della storia clinica del cittadino e può rafforzare continuità assistenziale, presa in carico e appropriatezza. Dall’altro, mostra quanto sia complesso trasformare un’infrastruttura disponibile in uno strumento realmente utilizzato. Se il cittadino non conosce il FSE, non sa come accedervi o non comprende il valore del consenso alla consultazione dei dati, il potenziale dell’investimento resta solo parzialmente espresso. 


Il punto, quindi, riguarda la capacità del sistema sanitario di accompagnare cittadini e professionisti nell’uso consapevole dei nuovi servizi e delle innovazioni introdotte. Una piattaforma di telemedicina attiva non è, di per sé, una piattaforma adottata. Una Casa di Comunità realizzata non garantisce automaticamente un nuovo modello di presa in carico. Un ecosistema di dati alimentato non genera valore se quei dati non vengono resi disponibili, comprensibili e utilizzabili dentro processi clinici, organizzativi e decisionali. 

La sfida dell’adozione: cittadini, professionisti e territori

Uno dei nodi emersi con maggiore chiarezza riguarda il coinvolgimento dei cittadini. La comunicazione istituzionale è importante, ma non basta. Perché un cittadino utilizzi un nuovo servizio digitale o si affidi a un nuovo modello territoriale, deve comprenderne il senso, sapere quando e come accedervi, riconoscere un beneficio concreto rispetto ai canali già conosciuti. 


Nel confronto è emersa una questione cruciale: l’adozione non può essere trattata come un’attività a valle della realizzazione. Deve essere progettata insieme al servizio. Se i nuovi modelli territoriali si sommano a quelli esistenti senza chiarire percorsi, responsabilità e punti di accesso, il rischio è generare confusione. Il cittadino deve sapere cosa cambia, a chi rivolgersi, quale ruolo avranno Case di Comunità, MMG, COT, ospedale, servizi sociali e canali digitali. Senza questa chiarezza, l’innovazione rischia di apparire come un ulteriore livello di complessità, invece che come una semplificazione dell’esperienza di cura. 


Questo vale anche per i professionisti. Il PNRR ha sostenuto percorsi di formazione e rafforzamento delle competenze digitali, ma la formazione da sola non modifica i processi. Un medico formato sul Fascicolo Sanitario Elettronico non è necessariamente un medico che lo utilizza in modo sistematico. Un professionista consapevole delle potenzialità della telemedicina non è automaticamente inserito in un percorso organizzativo che la renda parte ordinaria della presa in carico. La vera sfida è trasformare competenze individuali in capacità organizzativa: ruoli chiari, processi ridisegnati, responsabilità definite, strumenti integrati nel lavoro quotidiano. 

Governare il sistema senza annullare le autonomie

Il passaggio dal PNRR al post-PNRR riapre anche il tema del rapporto tra livello centrale, Regioni e Aziende Sanitarie. Nel confronto è emersa una posizione netta: non si tratta di tornare a un modello centralistico, ma di rafforzare la capacità di agire come sistema. 


Il PNRR ha creato le condizioni per ricostruire una regia più forte su alcuni temi strategici: piattaforme nazionali, telemedicina, liste d’attesa, ecosistema dei dati sanitari, AI. Ma queste infrastrutture producono valore solo se vengono calate nei contesti regionali e aziendali, dentro modelli di servizio praticabili e coerenti. Le riforme possono essere pensate a livello centrale, ma vengono realizzate nei territori, nelle aziende, nelle comunità professionali e nelle relazioni quotidiane con i cittadini. 


Da qui nasce una responsabilità nuova per tutti i livelli di governo. Il centro deve definire visione, standard, regole comuni e criteri di valore. Le Regioni devono tradurre questi indirizzi in modelli organizzativi coerenti, sostenibili e contestualizzati. Le Aziende Sanitarie devono rendere operativi i percorsi, coinvolgere professionisti e cittadini, monitorare l’impatto reale dei servizi. I Comuni e i servizi sociali, soprattutto nella sanità territoriale, non possono restare ai margini: l’integrazione sociosanitaria è una condizione essenziale per rendere effettiva la prossimità. 


Il tema non è quindi scegliere tra accentramento e autonomia, ma costruire una governance capace di tenere insieme indirizzo comune e adattamento locale. Anche perché il rischio, nel post-PNRR, è che ogni territorio interpreti modelli, regole e strumenti in modo diverso, aumentando la frammentazione anziché ridurla. 

L’AI come leva per valorizzare ciò che il PNRR ha costruito

Dentro questa transizione si inserisce l’Intelligenza Artificiale che non deve essere considerata come una nuova agenda separata, ma come una leva per valorizzare infrastrutture, dati e servizi costruiti con il PNRR. 


A livello nazionale e regionale, l’AI può supportare la programmazione sanitaria, aiutando a leggere i bisogni di salute della popolazione, simulare scenari, orientare priorità di investimento e valutare l’impatto delle politiche su domanda, offerta e sostenibilità. Può diventare uno strumento per passare da una programmazione basata prevalentemente su dati storici a una capacità decisionale più dinamica, predittiva e orientata al valore. 


A livello di Aziende Sanitarie, ospedali e professionisti, l’AI può contribuire a rendere più proattivi i processi clinici, territoriali e organizzativi: stratificare la popolazione, identificare profili di rischio, supportare la presa in carico della cronicità, prioritizzare interventi, affiancare la diagnostica, ridurre attività amministrative ripetitive e liberare tempo professionale. In questa prospettiva, il valore dell’AI non sta solo nell’automazione, ma nella possibilità di restituire tempo e capacità decisionale a chi opera nel sistema. 


A livello di cittadini, pazienti e caregiver, l’AI può invece diventare uno strumento di orientamento. Può aiutare le persone a comprendere quali servizi utilizzare, come accedere ai percorsi territoriali, come attivare il FSE, cosa implica il consenso alla consultazione dei dati, quali canali sono più appropriati rispetto al bisogno di salute. In una sanità sempre più digitale e distribuita, il rischio è che il cittadino si trovi davanti a più strumenti, ma non necessariamente a un’esperienza più semplice. L’AI può contribuire a colmare questa distanza, a condizione che sia progettata su fonti certificate, regole chiare e processi governati. 


Nell’introduzione di questi casi d’uso potranno svolgere un ruolo centrale anche le strutture sanitarie private, che, pur nel rispetto delle normative vigenti in materia di tutela dei dati, governance clinica e sicurezza, possono talvolta operare con vincoli organizzativi e procedurali meno stringenti rispetto alle strutture pubbliche, favorendo percorsi di innovazione più rapidi e flessibili. 

Dalla sperimentazione alla governance

Tuttavia, l’adozione dell’AI apre una questione di governo. Molti professionisti stanno già sperimentando strumenti di AI generativa, spesso attraverso piattaforme generaliste non progettate per l’uso clinico o sanitario. Questo segnala interesse, curiosità e disponibilità al cambiamento, ma anche un rischio: l’innovazione può entrare nei comportamenti individuali prima che le organizzazioni abbiano definito policy, responsabilità, limiti d’uso, garanzie su privacy, sicurezza e qualità delle informazioni. 


Per questo, una delle priorità del post-PNRR sarà costruire governance aziendali e di sistema sull’AI. Non per bloccare l’innovazione, ma per renderla sicura, utile e scalabile. Serviranno policy interne, comitati o funzioni dedicate, criteri di valutazione dei casi d’uso, percorsi di formazione, presidi sui dati, meccanismi di controllo e trasparenza. Servirà soprattutto evitare che l’AI diventi una somma di sperimentazioni isolate, spinte dal basso o incorporate nei singoli dispositivi tecnologici, senza una strategia complessiva. 


Anche il rapporto pubblico-privato dovrà essere ripensato in questa chiave. Le competenze tecnologiche, il know-how industriale e la capacità di innovazione del privato possono rappresentare una risorsa rilevante per il sistema sanitario. Il  valore, però, si genera solo se il committente pubblico è in grado di definire cornici, obiettivi, regole e criteri di qualità. La collaborazione pubblico-privato non può sostituire la governance pubblica: deve rafforzarla. 

La sostenibilità come criterio di scelta

Il post-PNRR sarà inevitabilmente una fase di selezione. Le risorse straordinarie che hanno sostenuto la stagione degli investimenti non saranno disponibili con la stessa intensità. Questo renderà ancora più importante scegliere dove concentrare energie, competenze e capacità attuativa. 


La sostenibilità non potrà essere letta solo come sostenibilità economica. Dovrà riguardare anche la sostenibilità organizzativa dei nuovi modelli, la capacità dei professionisti di adottarli senza sovraccarico, l’equità di accesso tra territori, la continuità dei servizi nel tempo, la qualità dell’esperienza dei cittadini. Innovazione sostenibile significa non aggiungere strumenti a processi già complessi, ma ridisegnare il modo in cui il sistema prende in carico bisogni, dati, relazioni e decisioni. 


È qui che il PNRR può lasciare la sua eredità più importante. Non solo nelle infrastrutture costruite, ma nella capacità del sistema sanitario di trasformarle in un nuovo modo di programmare, erogare e misurare i servizi. Il passaggio decisivo sarà dalla logica del completamento alla logica del valore: meno attenzione alla sola disponibilità delle tecnologie, più attenzione al loro utilizzo reale; meno enfasi sull’attivazione dei servizi, più capacità di misurarne l’impatto; meno innovazione come progetto straordinario, più innovazione come pratica ordinaria di governo. 


Il Circle Sanità ha restituito con chiarezza questa consapevolezza: la sfida del futuro non è semplicemente introdurre nuovi servizi e tecnologie, ma costruire le condizioni perché questi siano adottati, compresi, governati e resi utili. Il PNRR ha dato alla sanità italiana la spinta per cambiare passo. Ora il compito è consolidare quella spinta e trasformarla in una direzione condivisa, capace di tenere insieme innovazione, sostenibilità e fiducia dei cittadini. 

 

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