Data pubblicazione
16 marzo 2026
Autori
Paolo Benetti
Amedeo Falcione
Matteo Proietti Sbraga
Topic
TelecommunicationsTransizione in fibra: quanto pesa l’inazione per l’economia italiana
La proposta di Digital Networks Act, depositata il 21 gennaio dalla Commissione Europea, articola un calendario preciso: lo spegnimento delle reti in rame dovrà avviarsi entro il 2030 sulla base di piani nazionali obbligatori che gli Stati membri presenteranno nel 2029 e completarsi entro il 2035. Il percorso lascia intravedere l’intenzione di non lasciare nulla al caso, prioritizzando l'avvio del phase-out e poi la dismissione definitiva. Si tratta di un passaggio industriale che impatta direttamente sull'equilibrio economico del settore, fissando l’Italia su un orizzonte temporale preciso entro cui governare la transizione.
Lo scenario italiano
In Italia, negli ultimi anni, lo sforzo infrastrutturale è stato molto significativo. Le unità immobiliari coperte in FTTH sono passate da 12 milioni nel 2020 a circa 20 milioni nel 2024, avvicinando il Paese alla media europea in termini di copertura. Il vero nodo da sciogliere è nella rete attivata.
Ad oggi, secondo le rilevazioni AGCOM, solo il 28,9% degli accessi fissi avviene oggi in FTTH. Nel frattempo, circa 8,5 milioni di linee — il 42% del mercato — restano su tecnologia FTTC: fibra fino all'armadio stradale e rame nell'ultimo miglio.
Il Copper Switch-Off Tracker pubblicato dall'FTTH Council Europe a fine febbraio 2026 offre un quadro europeo utile per contestualizzare la situazione italiana. In Norvegia e Spagna lo switch-off del rame è già completato; in altri 14 paesi UE esistono piani formali per la dismissione completa, e diversi operatori europei hanno già superato il 70% di linee migrate. In Italia, FiberCop ha presentato e ottenuto l'approvazione di AGCOM — nel maggio 2024 — per un piano di chiusura di circa il 65% delle centrali (MDF) e per la dismissione del rame nella tratta di adduzione, con migrazione degli utenti verso reti NGA (FTTH, FTTC o FWA). A corredo, AGCOM ha pubblicato una matrice di sostituzione dei prodotti wholesale. Si tratta di un passo nella direzione dello switch-off, anche se non equivale ancora a un piano di dismissione completa della rete in rame. A seguito della separazione societaria del luglio 2024, FiberCop opera oggi esclusivamente come operatore wholesale. Per procedere alla chiusura di una centrale, le condizioni definite dal regolatore richiedono tra l'altro che almeno il 60% delle linee nell'area sia già migrato verso reti di nuova generazione: con un take-up FTTH nazionale al 28,9%, il percorso verso quella soglia richiederà un'accelerazione significativa.
Sono queste, (oltre alle 2 milioni di linee in rame puro), il vero baricentro del problema di migrazione. Il confronto europeo aggrava il quadro: se sulla copertura l'Italia si avvicina alla media UE, sul take-up il divario è netto. L'Italia si attesta intorno al 27%, contro una media europea del 53%. Siamo a metà strada ma con un'infrastruttura già completa. Questo significa che per diversi anni il sistema continuerà a sostenere i costi di gestione di due infrastrutture parallele: una legacy e una di nuova generazione. Scenario che per gli operatori infrastrutturali è disastroso.
Il nodo per gli operatori infrastrutturali e retail
Gli operatori infrastrutturali hanno sostenuto investimenti rilevanti, in parte finanziati da capitali privati, in parte da risorse pubbliche. Il ritorno atteso su questi investimenti presuppone un tasso di migrazione coerente con la progressiva dismissione del rame. Se il take-up resta contenuto, il modello economico si comprime: i costi di manutenzione del rame rimangono elevati; i benefici operativi della nuova rete interamente in fibra (minori guasti, minori interventi tecnici) non si realizzano pienamente e il break-even degli investimenti si allunga.
Anche per gli operatori retail il quadro non è neutrale. In assenza di un differenziale di prezzo significativo e con una domanda ancora poco sensibile al valore della nuova infrastruttura, la migrazione non rappresenta una leva commerciale immediata. Il risultato è un equilibrio di mercato che tende alla conservazione dello status quo.
Ma mantenere due reti in parallelo non può rappresentare di certo una soluzione di lungo periodo.
Quanto pesa l’inazione in concreto?
Lato imprese, il nodo non è solo relativo all’adoption ma anche alla copertura. Secondo un'indagine condotta da AGCOM in collaborazione con l'Osservatorio PMI della School of Management del Politecnico di Milano, la connettività potenziale FTTH raggiunge il 49% delle PMI italiane, contro il 59,6% delle abitazioni: le imprese, spesso disperse sul territorio e localizzate in aree meno servite, sono strutturalmente indietro rispetto ai privati. Più di 21mila organizzazioni — con oltre 700mila addetti e 253 miliardi di euro di ricavi — risultano ancora collegate a velocità inferiori a 30 Mbit/s o prive di dati di connettività.5 Il paradosso è che questa platea sta nel frattempo investendo in digitale: secondo i dati ISTAT "Imprese e ICT 2024", il cloud computing è già tra le principali aree di investimento, con il 29,3% delle imprese con almeno 10 addetti che programma di investirvi nel biennio 2025–2026.6 Investimenti che presuppongono una connettività che, per molte PMI, non è ancora disponibile o non è affidabile.
Mantenere l'operatività su reti FTTC o rame in un contesto di crescente dipendenza da servizi cloud, pagamenti digitali e supply chain integrate espone a un rischio di discontinuità concreto: la tratta in rame dell'ultimo miglio, spesso posata decine di anni fa, è soggetta a degrado fisico e interferenze che non hanno equivalenti nelle architetture full-fibre. Il costo di questa inazione, secondo dati AGCOM, IDC e Infratel rielaborati dal Telco Observer BIP, pesa tra i 0,75 e 1,2 miliardi di euro annui sulle PMI italiane, considerando che ad oggi circa il 51% di queste sono effettivamente raggiunte da FTTH. La stima, in ogni caso, è conservativa, il che si traduce in una mancata occasione che può solo aumentare il suo peso economico.
Se l'adozione delle imprese rimane limitata, non si rallenta solo la trasformazione digitale: si cristallizza un doppio binario tra le aziende che hanno già migrato e quelle che, per inerzia o mancanza di incentivo, restano su tecnologia ibrida con effetti sull'efficienza dell'intera filiera telecomunicazioni.
In questo contesto, lo switch-off previsto a livello europeo non rappresenta solo una scadenza regolatoria. È una leva potenziale per riallineare gli incentivi e accelerare una transizione che, altrimenti, rischia di procedere troppo lentamente rispetto agli investimenti già effettuati.
Serve un intervento più organico: semplificazione e maggiore trasparenza dell'offerta; strumenti regolatori che accompagnino progressivamente la dismissione del rame; meccanismi di incentivo che coinvolgano anche il segmento business, dove il beneficio economico è più diretto; iniziative di comunicazione coordinate che rendano più chiaro il valore industriale della migrazione.
L'Italia sta completando la fase più visibile, cioè la posa della fibra. La fase più delicata è quella meno evidente: garantire che l'infrastruttura venga effettivamente utilizzata, così da assicurare la sostenibilità economica del settore e massimizzare il ritorno sugli investimenti pubblici e privati.
La competitività digitale del Paese non si gioca più sulla disponibilità della rete, ma sulla capacità di rendere sostenibile e diffusa la sua adozione. E con l'orizzonte 2030–2035 ormai definito, il tempo per governare questa transizione è una variabile strategica.